Intervista a Paolo Canevari: arte, artisti e significati profondi /

Lei proviene da una famiglia di artisti: quando ha capito che anche per lei l’arte avrebbe rappresentato la strada da seguire?
Penso che artisti si nasce e non si diventa, crescendo ho capito che avevo una responsabilità e che vivendo in una cultura e in una realtà sociale di tipo occidentale non potevo pretendere di essere innocente.
Dopo gli studi a Roma, lei ha viaggiato molto, esponendo molto anche all’estero: da quali artisti è stato maggiormente influenzato nel corso degli anni?
Venendo da una famiglia di artisti ho vissuto l’aspetto positivo e quello negativo di una formazione artistica, positivo perché ero contornato fin da bambino da un territorio dove l’arte era presente e viva. Negativo perché questo mi ha dato un bagaglio, un peso da portare con cui nella mia maturità’ artistica ho dovuto fare i conti e confrontarmi in maniera critica. L’influenza maggiore penso sia stata Roma come città, territorio in cui convivono idiosincrasie culturali. Ho ritrovato poi nei miei viaggi e nelle personalità che ho incontrato lungo la strada aspetti e stimoli che hanno formato me stesso e il mio lavoro. A volte anche l’aspetto più insignificante di una persona o di una identità culturale possono condurre a una visione che si manifesta nell’opera.
Fin dai suoi esordi, il percorso artistico che ha seguito è stato sempre scandito dalla sperimentazione: perché questa continua esigenza di mutare stili e materiali?
Cerco di trovare nei materiali o nei media un aspetto inedito, non ancora esplorato o comunque inaspettato. Questo si sviluppa in parallelo con la ricerca delle immagini e parimenti del concetto espresso nell’opera; il lavoro è un insieme di significati, memorie e stimoli mentali: se questa ricerca dei vari elementi si riassume in un’opera, il materiale vive un’altra vita.
Le sue opere d’arte sono sempre collegate al contesto storico in cui sono state realizzate: questo è uno dei “doveri” dell’arte contemporanea, ossia di decifrare e rendere leggibile il mondo presente?
Non credo che si possa ridurre ad un significato, un aspetto o una lettura un’opera anche la più radicale, io ho sempre visto un significato “altro” nelle cose anche le più dogmatiche: questo è sempre stato il punto di partenza del mio lavoro. Non avere pregiudizi o limiti interpretativi fa dell’opera una entità indipendente e autonoma pronta a viaggiare in diverse direzioni e accezioni senza imporre un aspetto a discapito di un altro. È in definitiva la visione “democratica” alla quale ho fatto riferimento più volte parlando del mio lavoro. Nell’opera devono convivere diversi livelli di lettura e interpretazioni possibili, solo così l’opera sopravvive ed è immortale. Se l’esperienza visiva diventa mentale penso di avere innescato un meccanismo che è poi difficile spegnere, ecco questo mi fa felice…
Presso il Pecci di Prato è stata allestita una grande mostra personale che celebra tutto il suo percorso artistico: c’è un fil rouge che lega i suoi lavori, dai più vecchi ai più recenti?
Ho lavorato alla mostra del Pecci per dare una lettura del mio lavoro che fosse completa ed equilibrata, inserendo dei riferimenti a lavori precedenti messi in relazione all’ultima produzione per sottolineare la coerenza della ricerca e la struttura complessiva del lavoro. Penso che questo aspetto sia importante in un momento storico di grande confusione ideologica e dove le identità artistiche corrono il rischio di confondersi in un provincialismo globalizzato.
C’è un modo in cui vorrebbe fossero definiti i suoi lavori e qualcosa che al contrario vorrebbe non sentir dire in relazione ad essi?
Vorrei che i miei lavori aiutassero a pensare.
Qual è il senso della installazione/performance Nobody Knows che dà il titolo alla mostra?
Che nessuno sa quale sia l’inspirazione e il vero significato dell’opera e del suo mistero. Dunque la performance “Nobody Knows” sottolinea che l’opera è una chiave per aprire diverse porte che sono sensi, significati, letture possibili, in cui l’individuo trova una sua interpretazione e una sua libertà. L’arte si occupa di riplasmare l’immagine, di ricrearla, come immagine-corposa la cui forza è proporzionata alla sua dismisura temporale e concettuale. Per questo ci sono immagini che restano nella memoria, perché risvegliano in noi le vite precedenti dell’immagine e dell’immaginario. Cosi esse sono attuali, antichissime, slanciate nel futuro.
Ho detto in più di un’intervista di non aver mai guardato “L’Origine del Mondo” di Gustave Courbet come un “Nudo femminile”…
6/04/2010
(Marzia Apice)