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A ogni epoca la sua arte. All’arte la sua liberta’ - Egon Schiele a Milano /
“Ho in me risorse immediate, … per condurre la mia ricerca, per poter inventare, per scoprire, con mezzi che sento nel mio intimo, che da soli hanno la forza di incendiate, di bruciare, di splendere… e di aprire un varco di luce nella più oscura eternità del nostro piccolo mondo… Così sento incessantemente qualcosa di più, qualcosa d’altro, una luce che dal mio interno brilla all’infinito… Sono talmente ricco da essere costretto a dilapidare ciò che è me…”.
Così nel 1911 Egon Schiele scriveva a Oskar Reichel, consapevole della propria arte ma soffrendo nel sentirsi fortemente incompreso dal mondo che lo circondava.
Sono gli anni in cui, nei suoi lavori, ancora si avverte un’eco lontana d’influenza klimtiana: il grande Gustav padre della Secessione viennese fa scuola con tratti e colori, con figure nude dal tratto limpido. Poco alla volta, però, l’opera di Schiele diventa lo specchio di un declino comune, dello sfaldarsi dell’impero asburgico, di una personalità artistica sempre più forte, a tratti mistica, ambiziosa nell’esprimersi in maniera autonoma e affatto personale.
La linea perde regolarità pur rimanendo purissima: il suo “erotismo adulto” si rivela nella serie di matite e guasche che ritraggono Edith Harms, del 1914. La linea si spezza, il tratto diventa tormentato, il segno è primitivo ed elementare, il linguaggio pittorico convulso e corposo. Pochi anni dopo, nel 1918 appena 28enne, Egon Schiele muore.
Ma queste cose già si sanno. L’intento della mostra iniziata a Palazzo Reale, a Milano, è quello di ampliare il panorama e gettare uno sguardo all’opera di pittori a lui coevi. È una mostra ben organizzata, ricca di spiegazioni e con un percorso articolato e ben costruito, che forse si allontana troppo da quello che ci si aspetta di vedere.
Certo, l’occasione è imperdibile se vi interessano anche Leopold Blauensteiner, Carl Moll, Hans Böhler (presenti nella sezione dedicata allo Jugendstil di inizio secolo scorso); Richard Gerstl, Koloman Moser (nella sezione Tra Klimt e Frued, dove gli elegantissimi nudi di Klimt appena tracciati sul foglio regalano l’emozione di una brezza fresca e sottile); sempre Moser, Albin Egger-Lienz, Max Oppenheimer, Anton Kolig, Anton Faistauer (nell’Espressionismo e dintorni); Albert Paris Gütersloh, Oskar Kokoschka e Herbert Boeckl (nella sezione dedicata alla Finis Austriae).
Una cornice forse troppo ampia, anche perché sempre si ritorna nelle sezioni esclusivamente dedicate a Schiele, come quella sugli influssi klimtiani (anni 1908-11), quella dedicata agli splendidi autoritratti, all’esperienza nel carcere (1912-13), al misticismo (presente uno straordinario Albero autunnale mosso dal vento del 1912, in qualche modo vicino ai lavori coevi di Mondrian ma sicuramente più vibrante di un sentimento personale) , all’erotismo adulto, ai paesaggi e nature morte, e all’effimera gloria, dove campeggiano due grandi e bellissime tele (Donna distesa e Due donne accovacciate).
Tutte le opere fanno parte della collezione Leopold Museum di Vienna e bisogna cogliere l’opportunità per vederle, anche se si uscirà con la sensazione che qualcosa manchi. Si ha fame di altro Egon, della sua sensibilità, di quella confusione (nel tratto, nell’anima) che certo è epocale ma soprattutto, e per questo lui è grande, personale.
www.mostraschiele.it
25/02/2010
(Cinzia Carlino)
