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Ataman: il regista turco fa riflettere gli spettatori del MAXXI /

Kutlug Ataman. Mesopotamian dramaturgies

La galleria Carlo Scarpa del museo Maxxi presentano una mostra dedicata a Kutlug Ataman, regista turco che ancora oggi vive e lavora ad Instanbul.

Il suo primo cortometraggio risale al 1988 e da allora nel corso della sua carriera non ha mai smesso di riflettere, e far riflettere, sulle tematiche sociali legate alla sua terra.

Le video installazioni presenti a Roma sono state realizzate principalmente nel 2009 e sono concepite come un’indagine che vuol fare dell’arte un mezzo di informazione, attraverso il quale il pubblico non debba limitarsi ad osservare, ma possa anche apprendere e ragionare.

La prima opera è una delle più suggestive e particolari della sala: si tratta di Column, un’installazione che nella struttura si ispira alla celebre colonna di Traiano innalzata a Roma e come questa segue una narrazione che si sviluppa in senso ascendente. Gli oggetti utilizzati sono televisori di seconda mano disposti e spirale uno sopra l’altro, ognuno dei quali trasmette un filmato; i protagonisti sono i cittadini turchi che vengono ripresi in primo piano con una telecamera fissa, ma nonostante la loro presenza nel video essi non riescono a far sentire la propria voce.

I volti degli anziani e dei bambini, forse più degli altri suggeriscono una grande intensità nello sguardo, che diventa l’unico strumento di comunicazione consentito. Column è un’opera molto significativa in quanto racchiude l’essenza del progetto del regista, cioè lo studio dell’individualità in rapporto ad un ampio contesto sociale.

Ed è ancora l’individualità ad essere protagonista di un altro lavoro datato 2009 dal titolo Strange Spaces, una proiezione che appare quasi nascosta dalle pareti di legno che la circondano, come ad accentuarne il carattere privato. Questo filmato è pensato come un’opera nell’opera, in quanto il video contiene una performance impersonata dallo stesso Ataman: anche questa volta l’artista trae ispirazione da un’antica leggenda appartenente al mondo islamico che narra la storia di un eroe in cammino in cerca della sua amata. Allo stesso modo nella performance Ataman cammina nel deserto bendato e a piedi nudi alla ricerca di qualcosa, ma probabilmente l’assenza della vista e la solitudine lo spingono a trovare nient’altro che sé stesso, come in un lungo viaggio interiore.

Di derivazione più occidentale è invece l’origine dell’installazione Dome, che sembra essere un tributo alle decorazioni dipinte tipiche delle volte delle chiese cattoliche, proprio come nelle chiese infatti per osservare questo lavoro bisogna alzare gli occhi al cielo e guardare le immagini che si dispiegano sullo schermo. Questo video affronta un altro tema sul quale il regista si è soffermato spesso, quello della situazione della Turchia contemporanea e del modo in cui essa convive con la tradizione. Protagonisti del filmato sono giovani turchi che si susseguono uno dopo l’altro ostentando abiti moderni ed oggetti tecnologici come i cellulari.

Ma anche l’opera Frame, unica fotografia presente nella mostra, si approccia all’arte con lo stesso intento, vale a dire studiare le possibilità di combinare il progresso con l’eco della memoria. Frame, ancora una volta un lavoro che vede la luce nel 2009, è l’ingrandimento di uno scatto del primo Novecento in cui sono ritratti alcuni militari turchi, ma la particolarità sta nella collocazione dei soggetti che vede il generale al centro e le cariche meno importanti confinate ai lati, proprio come nella tipica iconografia bizantina; un altro esempio dunque di come il mezzo moderno, cioè l’obiettivo, si intrecci con i canoni dell’antichità.

L’installazione di Ataman è l’unica mostra di un artista non italiano fra le temporanee che hanno accompagnato l’apertura del Maxxi, ed anche per questo si distingue e sottolinea il richiamo alla contemporaneità e all’interazione culturale che si pongono tra gli obbiettivi primari del museo.

Inaugurata il 30 maggio, la mostra sarà aperta fino al 12 settembre.

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