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Balla, il futurista

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Con un anno di anticipo rispetto alle celebrazioni futuriste previste per il 2009, esce per Electa un contributo fondamentale che getta più di una luce inconsueta intorno a uno dei protagonisti dell’unica avanguardia italiana del XX secolo.

“Tutta l’opera di Balla rappresenta un costante e ininterrotto impegno per l’avanguardia e la modernità; dal divisionismo al futurismo, fino al ritorno a una realtà improntata alle immagini della comunicazione di massa, egli fu sempre fedele alla necessità di una visione che risultasse modello e archetipo del futuro e dell’intuizione profonda del visibile come dell’invisibile”.
Proprio nella conclusione del saggio si condensa tutto lo sforzo della ricerca di Fabio Benzi – critico d’arte tra i più accreditati intorno alle problematiche del Novecento – tesa alla dimostrazione dell’originalità e della spinta propulsiva esercitata da Giacomo Balla che ne fanno uno degli artisti più “rivoluzionari” del XX secolo. E chi ha sostenuto che la genialità di un artista si calcola anche in base alla capacità di “vendersi”, nel caso di Balla dovrà ricredersi: la sua è stata un’esistenza silenziosa, per nulla sfolgorante come farebbero presupporre le sue pitture, tutta vissuta tra i pochi affetti familiari (le sue due figlie si chiamavano emblematicamente Luce ed Elica) e lo studio romano che partoriva opere paradossalmente assordanti e modernissime.

Manca, in quella conclusione, tanto è pregnante nel saggio, il filo conduttore di tutta l’esperienza di Balla: la fotografia, che Benzi magistralmente indaga e puntualmente segnala nel dipanare le vicende biografiche e creative. L’occhio si trasforma in obiettivo ed è attraverso un’iride fotografica che Balla filtra la realtà, sia quando dipinge il divisionista-futurista polittico Villa Borghese - Parco dei daini (1910), sia quando fa vibrare alla sinfonia la mano del violinista nella tela omonima (1912), sia quando, molto più tardi, si lancia in una patinata figurazione glamour con Parlano (1934).

Sono presenti – sempre in quel compendio finale – i tratti salienti della sua vicenda artistica, che ne fanno, spesso a discapito di altri autori ritenuti più avanguardisti, un sensibile interprete (spesso precorritore) dei mutamenti storico-culturali. Già gli esordi nell’ambito del divisionismo lo immergono, da protagonista con la marcia in più del taglio fotografico, in quella grande stagione artistica che l’Italia seppe produrre al volgere del XIX secolo, pervasa da istanze spiritualistiche e sociali(-ste). Dalla firma del manifesto futurista (1910) fino all’esaurimento di quell’esperienza (1931), Balla è in grado, progressivamente e non senza fatica, di ritagliarsi un ruolo da leader, dopo la precoce scomparsa di Boccioni.

Un passo decisivo avviene con il superamento della cronofotografia in direzione della fotodinamica quando finalmente nelle tele il senso del tempo che scorre cadenzando i fotogrammi è annullato in favore di un virtuosismo che non ha eguali nell’Europa artistica dell’epoca: il quadro si fa dinamico, il tempo si dissolve, la velocità genera linee e percorsi. In un processo di tale respiro non poteva mancare l’elemento più veloce esistente: la luce, che compenetra e costruisce forme e vortici come i riflessi inafferrabili di un’auto da corsa sulle vetrine di un negozio (pare sia stata proprio questa una delle fonti ispiratrici del pittore).

Cuore del volume e delle ricerche dell’autore è l’individuazione di una poco indagata traccia di lettura per l’astrazione futurista, tesa alla dimostrazione della profonda permeabilità di Balla alle dottrine teosofiche di Rudolf Steiner, all’epoca di gran peso a Roma: la quarta dimensione e lo spiritismo – l’invisibile, insomma – costituiscono altrettanti aspetti fondamentali riscontrabili nel pittore. Di Balla è messo in evidenza il ruolo di antesignano nella gestazione di un concetto di arte che inondasse tutti gli aspetti del vivere e dell’agire umani: dall’abbigliamento all’arredamento, dal teatro al cinema fino alla politica.

E anche quando sull’esperienza capitale della sua vicenda artistica si spengono i riflettori, Balla è ancora in grado di stupire (più noi che i suoi contemporanei), preferendo – un autentico colpo di coda! – al “ritorno all’ordine” immagini che da un lato consacrano la sua genialità, dall’altro, incredibilmente, segnano la via per quelle esperienze di Pop Art destinate a svilupparsi qualche decennio dopo sull’altra costa dell’Atlantico.

William Dello Russo

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