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LANDSCAPE DESIGN: PROGETTARE L’EMOZIONE /
INTERVISTA A PATRIZIA POZZI
Lucia Valerio: Perché la foglia è il logo dello studio?
Patrizia Pozzi: La foglia ha una sua storia.
È stata trovata in un parco, durante un sopralluogo ma non apparteneva a nessuno dei suoi alberi. Forse l’aveva trasportata il vento, migrata da un altro dove. Ancora oggi non si sa bene a quale famiglia di piante appartenga. È diventata subito il simbolo del nostro modo
di lavorare. La casualità della natura, il mistero, la sorpresa, la capacità di migrare
e contaminarsi. La sua forma armoniosa, la matericità, lucente e carnosa, contenuti
in una forma così piccola veicolavano un ideale di bellezza. È una foglia che ha funzione
di archetipo.
L V: Cosa fa il paesaggista?
P P: Alla natura appartengono il vento, la luce, la nebbia e ovviamente le piante. Il paesaggio è tutto questo ma molte altre cose ancora. Ogni elemento che entra a far parte del nostro mondo esterno è paesaggio. Codificare e tradurre questi elementi in un linguaggio progettuale fa parte del lavoro del landscape designer, del progettista di paesaggio. Plasmare o modellare la natura secondo regole e desideri è solo uno dei suoi tanti compiti. L’osservazione della realtà sta ai primi posti. Cogliere l’anima del luogo osservando attentamente il contesto, stando a lungo sul posto, fa parte del mio approccio alla progettazione. Oggi per esempio, ascoltare il clima che cambia e modifica le esigenze della vegetazione è diventato determinante. (…) L’interdisciplinarietà è ciò che caratterizza maggiormente la professione. Il paesaggista si trova spesso a coordinare o a inglobare nella propria visione altre discipline che riguardano il territorio, dalla geologia all’antropologia passando attraverso un mare di questioni pratiche. Pertanto è fondamentale che sappia ascoltare, raccogliere e gestire tutte le informazioni provenienti dagli altri specialisti, botanici, agronomi, ingegneri, per poi farne tesoro all’atto della progettazione.
L V: Quali sono i tuoi campi di applicazione?
P P: Il paesaggista non è solo un architetto del verde, un progettista di giardini. Oggi non si occupa solo di giardini, lavora su scale di intervento molto differenti. Dalla grande opera pubblica al design di arredi da esterno, passando da installazioni, eventi. Si va dalla micro alla macro scala.
L V: Esiste la natura incontaminata?
P P: Nel bene e nel male la natura va per la sua strada. Non c’è nulla di immutabile. La natura incontaminata non esiste. Quello che spetta ai landscape designer è progettare l’emozione, lo stupore insolito, il senso della sorpresa, il piacere del colore dando corpo a un luogo. Il paesaggio piccolo
o grande che sia deve essere un’esperienza sensoriale. (…)
L V: In quale modo il giardino può essere ancora specchio del nostro tempo?
P P: Provocando il contatto con il mondo della natura. È quello che la gente desidera oggi. L’incremento delle rassegne sul tema del verde dicono questo. Il successo di pubblico in tutti gli eventi legati al mondo del verde significa che la gente attraverso la frequentazione di questi luoghi ha bisogno di stare a contatto con il mondo della natura. Toccare, sedersi, sprofondare, annusare, si vogliono riabilitare tutti i sensi schiacciati da uno stile di vita inadeguato. Il vento, la luce, l’acqua, sono in disarmionia con il nostro quotidiano. Nel momento in cui ci riaccordiamo con questi elementi abbiamo garantito un habitat più piacevole. Questo è anche il giardino.(…)
L V: Gli architetti la cui lezione è stata per te fondamentale?
P P: Frank Lloyd Wright per aver proposto tutte le sue architetture in stretta relazione con la natura. Una interconnessione tra i due mondi risolta magistralmente, con suoni, colori e respiro della vegetazione che entrano senza soluzione di continuità nel costruito. Martha Schwartz per l’approccio visionario, fortemente contaminato dall’arte. Frank O. Gehry per l’organicità delle sue forme architettoniche. Louis Khan per il modo in cui usa il vuoto.
Il cielo entra in gioco nelle sue opere in modo onirico. Le sue architetture sono il risultato
di una operazione paesaggistica totale, dove il vuoto vale quanto il pieno.
intervista tratta dal volume Patrizia Pozzi.Landscape design (Electa)