HOME / Catalogo / Alberto Bassi, Design anonimo italiano / focus-on: IL DESIGN SENZA AGGETTIVI

IL DESIGN SENZA AGGETTIVI /
Dalla moka Bialetti all’Ape Piaggio, dal Borsalino alla pentola a pressione, tutti gli oggetti di design che usiamo ogni giorno ma di cui ignoriamo progettista, marchio e aggettivi..
In occasione dell’uscita del volume di Alberto Bassi Design anonimo in Italia, Electa ha organizzato l’incontro Design senza aggettivi. Mercoledì 28 marzo la Triennale di Milano ha così ospitato, nell’elegante e moderno spazio eventi del Coffee Design, un’ampia rosa di esperti in materia: presenti al dibattito - oltre all’autore - Sergio Polano, Michele De Lucchi, Enrico Morteo e Annamaria Testa. Un pubblico interessato e partecipe, quanto vario e numeroso, ha assistito all’incontro, inaugurato dall’intervento di Sergio Polano. Seguendo un filo storico il professore ha definito la parola inglese design fin dalla sua origine, nel Seicento, quando indicava un’attività realizzativa, pragmatica e progettuale allo stesso tempo.
Da allora il significato del termine non è cambiato: l’ideazione di oggetti di uso e consumo quotidiano, sebbene dettata spesso da necessità, ha sempre avuto in sé un attributo creativo imprescindibile. A cambiare piuttosto, nel corso del tempo, le proporzioni delle due componenti necessarie al processo inventivo: la funzione meccanica ideale di ogni cosa, cioè il suo “servire” a uno scopo, è stata soppiantata sempre più dalla dialettica stilistica – ovvero dall’attenzione estetica, precisa lo storico - insita in ogni operazione di progettazione contemporanea.
Finché, annullandosi completamente il primo termine funzionale, si arriva all’inutilità del surplus creativo odierno. Un fenomeno questo che, superata la fase della vivace epoca moderna, si manifesta come processo ciclico, tornando paradossalmente al punto di partenza: nella congerie consumistica contemporanea il marchio si perde e, quasi implodendo si svuota di senso, approdando all’indistinto, al vago. Il design torna dunque oggi, così come era nato, a definirsi come atto comune, come collettivamente anonimo. «Prodotto corale di tutte le etnie», lo definisce in chiusura del suo intervento Sergio Polano.
Annamaria Testa, esperta di comunicazione e creatività, concentra l’attenzione sul volume di Alberto Bassi, ringraziando lo scrittore per aver creato un’efficace «cornice di parole» intorno a oggetti di uso comune, restituendo dignità a cose che, per il loro utilizzo ormai consueto, dimentichiamo spesso di annoverare tra le invenzioni in realtà più “intelligenti” del nostro tempo.
Cosa c’è di più geniale di quel semplice oggetto di plastica che oggi chiamiamo comunemente portauovo? «E’ fantastico, mi ha salvato più volte da innumerevoli frittate!» ironizza la Testa. Continua l’architetto De Lucchi che, commentando anch’egli il libro sul design anonimo, accentua l’importanza degli oggetti che vi si descrivono. Il loro valore, asserisce il critico, è dato proprio dalla conferma che ancora oggi esistono e servono, perché «è il tempo che scolpisce le cose, dandogli forma».
Sul finire riaccende la polemica Enrico Morteo, direttore della rivista Abitare, che interroga provocatoriamente sulla scelta, a suo parere parziale e furviante, degli oggetti antologizzati nel volume. « Perché il cono gelato piuttosto che l’imbuto? Perché la coppola piuttosto che lo stampino per biscotti, o la formella per dolci?» chiede divertito Morteo, mostrando in sala alcuni esemplari degli oggetti omessi dall’elenco del libro in questione.
Gli risponde in chiusura, telegrafico e puntuale, Alberto Bassi. Pur non proponendosi come mappa esaustiva del design d’anonimato italiano, il volume riesce comunque - secondo l’autore - nel suo intento primario: dare forma all’informe, restituire storia e dignità a oggetti tanto perfetti quanto ormai considerati “normali”.
Nicoletta Gemignani